|
|
|
Eugenio De Medio |
romanzo |
|||
|
|
|
Cap 11 - LA SIGNORA MAESTRA |
||||
|
il testo completo in
|
|
"Angelozzi e Davalos, volete stare zitti? In piedi!". L'ordine perentorio della maestra interruppe la nostra chiacchierata e ci alzammo di scatto. Il direttore didattico aveva voluto che la nostra maestra si occupasse del nuovo ciclo col Metodo Globale da lei usato, permettendo l’accesso in prima elementare al figlio del sindaco, al figlio del medico condotto, al figlio di un ricco proprietario terriero e, dopo un breve colloquio per verificare il mio livello, anche a me benché non avessimo ancora l’età giusta. Il suo potere discrezionale gli consentiva di fare simili eccezioni. Ovviamente Mauro e io, i più piccoli di una classe piuttosto numerosa, eravamo stati messi al primo banco e proprio nella fila centrale, di fronte alla cattedra. Questo, però, non intimoriva i nostri animi candidi, ancora adagiati sui ritmi del gioco. In effetti ci piaceva consultarci e facevamo fatica a stare quieti. Col metodo adoperato dall’insegnante non dovevamo compilare le solite pagine di singole lettere, una tortura invece inflitta agli alunni delle altre prime per imparare a leggere e a scrivere. Quanto al far di conto, usavamo barrette di plastica di vari colori e lunghezze, cerchi colorati… insomma tutto pareva quasi un gioco. A me e Mauro le regole sembravano così facilmente assimilabili che quando la maestra si metteva a rispiegarle per i più, noi due preferivamo distrarci con qualche trastullo tirato fuori dalle tasche dei nostri grembiuli neri o semplicemente raccontandoci qualcosa. "Angelozzi, domattina verrai a scuola accompagnato da tuo padre, e anche tu Davalos. Ora sedete e state attenti!". Continuammo a consultarci sul da farsi. "Angelozzi e Davalos, di nuovo?", tuonò la maestra. "Signora maestra… ". "Che c’è, Angelozzi?". "Mio padre non può venire domattina. È andato a L’Aquila per lavoro". E la maestra, più calma: "Va bene, Angelozzi, allora fai venire tua madre". Il mio compagno mi consultò ancora e io l’incoraggiai: "Signora maestra… ". "Che c’è, Angelozzi?". "Mia madre è in ospedale a Roma, perché deve nascere il mio fratellino". "Fai venire tua nonna… ". Nuovo rapido scambio di pareri e mio doppio cenno del capo. "La nonna è con lei a Roma.". "Insomma, Angelozzi, fai venire tuo nonno, tua bisnonna, tua zia, la cameriera… chi vuoi. A me basta che domattina ci sia qualcuno di casa ad accompagnarti!". "Va bene, signora maestra". E Angelozzi si sedette tranquillo, avendo risolto la sua questione. Poi venne il mio turno. "Signora maestra… ". "Che cos’hai anche tu, Davalos?". Era quasi esausta. "Anche mio padre è fuori per lavoro, insegna lontano e torna soltanto a fine settimana". "Va bene, Davalos, è lo stesso problema di Angelozzi: farai venire tua madre". "Ma signora maestra… ". "Che c’è, Davalos?". Poi, spazientita: "Anche tua madre aspetta un bambino?". "No, signora maestra, è che mia madre… mia madre… mia madre… ". Non osavo completare la frase, ma quella rivelazione doveva essere fatta, visto che non c’era alternativa. Non potevo tacere, doveva saperlo in qualche modo. Guardai Mauro e presi coraggio, poi, finalmente: "Mia madre siete voi!". Tutti scoppiarono in una fragorosa risata, ma a caldo non io, non la signora maestra. Della dissociazione professionale di mia madre che in classe, pur di non dare adito a sospetti di preferenze, si era persino dimenticata che fossi suo figlio, parlarono tutti i maestri. L’episodio fu commentato in paese e anche a casa nostra, un po’ per riderne, un po’ per rimarcare la serietà e l’obiettività della mamma. Invano il direttore le raccomandò di assegnare dei voti più alti al figlio di uno dei notabili del paese, la cui posizione non gli permetteva di fare brutte figure. Alla consegna della pagella del primo trimestre, il bambino fu ritirato e trasferito nella scuola delle vicine suore che, invece, di occhi di riguardo per lui ne ebbero a sufficienza. Soltanto io nutrivo qualche dubbio riguardo all’imparzialità della mamma. Fui, per esempio, proprio io il primo e l’unico alunno che lei mai espulse da un’aula perché la classe aveva fatto confusione. Ricordo ancora i visi allibiti dei bidelli Gabriele e Bettina nel sorprendermi aggrappato a un attaccapanni nel corridoio. Avevo tentato di confondermi tra i cappotti per non farmi vedere da nessuno, visto che dalle scale che conducevano al piano di sopra, dove c’erano le classi del secondo ciclo, avevo sentito avvicinarsi un rumore di passi. Bettina mi riannodò il fiocco azzurro, mi ricompose la pettinatura con una carezza e mi portò dal direttore, un simpatico signore anziano sempre in gilet, con la catenella d’oro dell’orologio che gli disegnava una virgola sulla pancia. Aveva capelli bianchi e lunghi baffi che rigirava in continuazione intorno all’indice. Ascoltando il racconto della bidella gli scappò da ridere e mi accompagnò di persona dalla maestra, pregandola di riprendermi in classe. Sarebbe stato parimenti lui, qualche anno dopo, agli esami di quinta, a consegnarmi uno speciale premio in denaro riservato ai migliori alunni della scuola. Si era accorto che la signora maestra mi aveva sempre assegnato voti inferiori a quelli da me effettivamente meritati. La teoria di mia madre infatti era che io, essendo figlio di insegnanti e provenendo da una famiglia in cui si parlava esclusivamente in italiano, fossi avvantaggiato rispetto agli altri nell’espressione linguistica e di conseguenza non avessi speciali meriti, malgrado gli ottimi risultati ottenuti, tanto più che dedicavo tempi minimi all’esecuzione dei compiti a casa, data la mia facilità d’apprendimento. Tale teoria, più avanti negli anni, mi sembrò per certi versi condivisibile, ma a quei tempi la vivevo come una grossa ingiustizia. Molti miei compagni, oltretutto, mi raccontavano di essere aiutati dagli adulti nei compiti a casa, mentre io non lo ero affatto. Anzi, non potevo nemmeno accampare scuse di malattia o altre giustificazioni, come a loro era spesso consentito. Ricordo che a un bambino, un certo anno, morirono ben sei nonni, e alla fine si scoprì che invece erano "tutti e quattro" vivi e vegeti. La mamma, in ogni caso, rimase ferma nel suo proposito di non prestarsi a favoritismi di alcun genere e per me, dalle otto e trenta alle dodici e trenta del mattino, dal lunedì al sabato, dal primo ottobre ai primi di giugno, festività escluse, doveva essere solo la "signora maestra", alla quale rivolgermi con il voi, come ancora si usava. La ebbi come insegnante fino alla quinta elementare, con una sola pausa nella seconda classe quando, per questioni pratiche, noi fummo affidati a un maestro prossimo al pensionamento e lei incaricata di occuparsi di una nuova prima, visti i buoni risultati ottenuti con il metodo da lei utilizzato. |
||||
|
|
|
© Web design by E.D.M. - riproduzione vietata |
||||