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Eugenio De Medio |
romanzo |
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dal Cap 15 - ACCADDE QUEL GIORNO |
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il testo completo in
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Restare a casa con Glauco era la cosa che meno desideravo. Con Arianna non c’erano problemi, qualcosa insieme si riusciva sempre a fare, anche se aveva da studiare. Cercava di comportarsi da brava mammina: mi preparava la merenda, mi leggeva un libro o, visto che ormai ero in prima elementare, lo faceva leggere a me. Certo, doveva anche pensare ai suoi compiti di scuola, ma di tanto in tanto mi dava una voce o mi aiutava con le costruzioni regalatemi dallo zio Luigi. Con quei quadratini rossi e blu e le bacchette scanalate di plastica bianca riuscivamo a costruire scatole, case, macchine e qualsiasi altra cosa ci venisse in mente, o meglio venisse in mente a me, dato che raramente lei aveva idee creative. Ed era bello, perché le nostre creazioni potevano rimanere perfettamente salde per giorni e giorni, o essere smontate e variate all’istante a seconda dell’estro del momento. Lo zio Luigi, che sapeva del mio recente sogno di diventare architetto, mi riforniva degli strumenti opportuni per esercitarmi e aveva iniziato con i meravigliosi blocchetti di legno a piccoli cubi, barre, cilindri, archi di tutti i colori e dalle venature ancora visibili in qualche pezzo in cui l’essenza chiara rimaneva al naturale. Quei blocchetti erano la mia passione e anche quando poi arrivarono i quadratini di plastica, i Lego, il meccano e i modellini delle case da montare, le costruzioni in legno rimasero sempre le mie preferite. Ci potevo vedere mille cose rispetto a quegli elementi in plastica o in metallo più complessi, ma freddi e quasi chiusi a qualsiasi fantasia. Quando rimanevo in casa da solo con Glauco, invece, dovevo starmene in disparte e arrangiarmi a prepararmi la merenda per conto mio. L’unica interazione che avevo con lui erano i suoi dispetti, che dovevo cercare di arginare o rassegnarmi a subire. Glauco poteva farmi cadere i castelli appena costruiti, rinchiudermi sul balcone o addirittura costringermi a non travalicare uno spazio ristretto che lui delimitava intorno a me tracciandolo con il manico di legno di una vecchia scopa, pena botte e calci. Stare lì diritto e immobile nel quadratino di pavimento assegnatomi era davvero la cosa che più mi faceva star male. Quello spazio di appena quattro mattonelle sembrava scottarmi sotto i piedi, mentre quello circostante rappresentava l’acqua fresca che mi avrebbe alleviato la pena. Ma non mi era possibile raggiungerlo. Mio fratello, seduto lì vicino col bastone in mano, rimandava al limite assestandomi un colpetto sugli stinchi o me lo segnava di nuovo. Dovevo scontare la pena per colpe a suo dire terribili, come l'aver fatto sgocciolare il succo di frutta dal bicchiere o averlo inavvertitamente disturbato con qualche rumore mentre ascoltava un disco, o semplicemente per il mero fatto di essere lì quando lui non aveva di meglio da fare. Comunque ero io il cattivo che meritava di essere punito e tra gli scappellotti, il restare chiuso fuori sul balcone e i calci, quella era la pena più ardua da sopportare. Dopo poco, finiva che non resistevo. Guardavo la porta nella speranza che arrivasse qualcuno, ma nulla. Gli indirizzavo uno sguardo supplichevole, ma non si impietosiva. Alla fine o travalicavo quel limite, pur sapendo che le avrei prese, o stringevo i pugni e piangevo sommessamente, e allora giù insulti. Ero solo un moccioso piagnucolone, ecco perché la mamma e il papà non mi volevano bene. E altre infinite storie che mi uccidevano. Quel giorno, però, le cose andarono diversamente. Dopo un bel po’ di tempo che ero fermo nel mio quadratino, notai uno strano scintillio nei suoi occhi. Chissà cosa stava macchinando. Subito lo stomaco mi si chiuse. Posò a terra il manico di scopa e si avvicinò. Mi accarezzò il viso e la testa che, comunque, rannicchiai di scatto tra le spalle, temendo un ennesimo scappellotto. Invece no. Allora ipotizzai un cambiamento. Che si fosse rabbonito? Che avesse deciso di mitigare i castighi fin lì adoperati per le mie colpe? "Oggi non hai pianto e hai obbedito: vuol dire che stai diventando grande. Vieni, ti insegno una cosa". Mi sembrava davvero un miracolo. La sua voce si era fatta dolce e certamente, prima d’allora, Glauco non si era mai degnato di insegnarmi alcunché. "Andiamo in cameretta". Mi chiesi a che fare, visto che non era molto grande e ci si potevano fare giusto i compiti, oltre che dormire. Per giocare, invece, erano più adatte le terrazze o la sala o il tavolo della cucina. Ma non osai contraddirlo, nel timore che potesse arrabbiarsi di nuovo e mi costringesse a stare nel quadratino. Magari avremmo fatto insieme qualche disegno. ……………………………………………………..CONTINUA IN VIBRISSELIBRI |
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