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Eugenio De Medio |
romanzo |
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Cap 21 - LA MASCHERA |
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il testo completo in
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Arturo misurò, tagliò e cucì il costume in un pomeriggio. Il giorno dopo ci sarebbe stata la sfilata e la zia Julia aveva voluto che almeno quell’anno, in cui le sembravo così giù d’umore, mi mascherassi anch’io come gli altri bambini. Visto che in casa non c’era tempo per quelle sciocchezze, aveva deciso di occuparsene lei. Un paio di giorni prima aveva tenuto un gran consiglio a casa sua per decidere il da farsi. Le proposte erano venute fuori come fuochi d’artificio e per ognuna di esse si erano ipotizzati tessuti, colori, accessori. Era un bel gioco, ma ogni alternativa aveva qualcosa che non andava. Certo non mi sentivo un moschettiere con la spada sguainata e neppure trovavo fosse il caso che mi vestissi da ape, costume più adatto a un bambino piccolo. I principi dovevano essere sicuramente biondi e con gli occhi azzurri e di maghi Zurlì ce ne sarebbero stati a decine. No, no, neppure da pirata, o da Pierrot… per carità, mi era così antipatica quella maschera! Da Arlecchino o da Pulcinella? Nemmeno! In quel periodo ero tutt’altro che allegro e non avevo voglia di saltellare e fare capriole come conveniva a quei personaggi. Già il dover far finta di nulla era una gran fatica. La maschera giusta era saltata fuori all’improvviso. Non so più quale voce l’avesse proposta, ma mi aveva convinto immediatamente: mi sarei mascherato da clown. I pochi pagliacci che avevo visto mi erano sembrati perfettamente tristi, nonostante i colori sgargianti dei loro abiti. Dietro il loro sorriso dipinto e stereotipato avevo scorto una profonda amarezza. Sì, il travestimento da pagliaccio era proprio il più adatto. Avrei avuto anch’io un sorriso dipinto, anzi l’intera faccia dipinta e coperta. Non c’era bisogno di esseri belli per mascherarsi da clown e neppure avrei dovuto recitare stupide mosse, come agitare il cappello piumato in segno di saluto, nel caso avessi scelto di travestirmi da moschettiere. Me ne sarei potuto restare in disparte da piccolo pagliaccio triste senza che nessuno facesse caso a me e avrei potuto guardare i carri e le altre maschere in santa pace. Sì, avevo definitivamente scelto la mia maschera. Il pomeriggio seguente era stato dedicato agli acquisti. La merceria Campli, sull’Adriatica, appena sotto il paese alto, era fornitissima di tessuti e accessori carnevaleschi, già esposti da settimane. Ma nessuno era risultato adatto. Le righe, i rombi, le stelline, i rasi… niente era parso andare bene per la zia che, invece, aveva fatto tirar fuori dal magazzino dei cotoni estivi. Alla fine ne aveva scelto uno a disegno madras multicolore che era piaciuto anche a me. Su quella base erano stati acquistati una parrucca riccia e delle enormi scarpe nere, perfette per un clown. Alla vestizione parteciparono tutti. La zia mi aiutò a indossare un paio di pantaloni e una maglietta di lana che mi avrebbero protetto dal freddo. Sopra questi infilai una maglietta a righe estiva i cui colori non c’entravano niente, ma che si sarebbe vista sotto la giacca aggiungendo il tocco di pacchiano che serviva. Etta pensò al trucco e mi impiastricciò di biacca e di rossetto tutto il volto, accentuando, se mai ce ne fosse stato bisogno, il lato triste della maschera con sopracciglia cadenti e occhiaie. La parrucca mi dava fastidio, ma "Chi bello vuole apparire, un poco deve soffrire", mi ripetevano. Infine fu la volta di Arturo, che si mostrò decisamente soddisfatto della salopette e della giacca lunga oltre il ginocchio che mi aveva preparato. Certo non era dovuto ricorrere a particolari segreti da mastro sartore per far cadere tutto a pennello, perché il costume poteva essere tranquillamente goffo e fuori misura. La ciliegina sulla torta era costituita dai grossi bottoni scompagnati che chiudevano la giacca. Così conciato mi sentii abbastanza protetto per affrontare la festa. Il carnevale di Francavilla, all’epoca, era uno dei più rinomati. Vicino alla stazione ferroviaria, in capannoni sigillati e sorvegliati come se ci si costruissero missili, per tutto l’anno intere squadre di maestranze ideavano i carri, costruivano le strutture, studiavano i meccanismi per i movimenti e gli effetti speciali, modellavano la cartapesta e la dipingevano a colori forti e brillanti. Squadre di ragazzine preparavano le coreografie per vivacizzare la sfilata, durante la quale quintali di coriandoli, stelle filanti e caramelle venivano lanciati dai carri, dalle case e dalle migliaia di visitatori convenuti da ogni dove. La sfilata partiva proprio dalla stazione e, percorrendo il viale, arrivava fino al piazzale Sirena per poi girare sul lungomare e tornare indietro, a ripetere il giro fino a sera. Ai carri si alternavano le bande, la più famosa delle quali era quella di Lanciano, con le majorette provenienti da vari paesi dei dintorni. Talvolta c’erano anche delegazioni di altri carnevali, da Ivrea, da Viareggio, da Putignano, da Fano, da Venezia. Tra i carri e le bande c’era competizione per l’assegnazione dei premi. La proclamazione era fatta dal balcone del palazzo Sirena e naturalmente c’erano sempre disaccordi, malcontenti, fischi e proteste al riguardo, ma poi tutto ricominciava da capo e si pensava già al carnevale successivo. Appena dopo pranzo, conclusosi, in aggiunta alle solite castagnole e cicerchiate, con le rose che sapeva preparare soltanto la zia, una sorta di frappa leggerissima, arrotolata e cosparsa di miele, partimmo in corteo e percorremmo in discesa quello che un tempo era stato il corso del paese, di cui la zia rievocava i perduti fasti. Lì c’era stata la bottega di mastro Tizio, là la casa di Caio, qui sopra la bifora che ora hanno murato sulla facciata del conventino Michetti, là a destra la ruella che conduceva alla porta del mercato e in fondo la piazza belvedere. Un piccolo obelisco segnava adesso quello spazio e tagliava in due la fascia orizzontale del mare. A destra, prima della guerra c’era stata la porta a mare della cittadina, accostata all’ex-convento francescano che, dopo l’abolizione degli ordini religiosi durante la dominazione francese, era divenuto sede del municipio. Seguendo la gradinata che iniziava dalla porta, si passava davanti alla chiesa della Madonna delle Grazie, che le distruzioni belliche e la successiva ricostruzione avevano ridotto a poco più di un garage seminterrato, sovrastato da una piazzetta. Dei passati splendori rimaneva la processione dei Vacresi la seconda domenica di maggio. Dal loro paesino arrivavano a piedi con l’effigie sacra, per ringraziarla di essere stati salvati dalla grandine nel 1643. Ogni passeggiata con la zia era una lezione di storia, anche se i suoi ricordi erano inframmezzati da saluti e chiacchiere con chiunque si incontrasse. Finalmente, disceso l’ultimo tratto di viale alberato, si arrivò al passaggio a livello della Sirena, dove iniziava la festa. Il luogo già brulicava di persone. I venditori di palloncini erano attorniati dai bambini più piccoli. C’erano banchi colmi di coriandoli, stelle filanti, trombette, cappellini, maschere. Dappertutto il profumo caldo delle noccioline tostate al momento e preparate in lunghi sacchetti rossi, o dello zucchero filato, sofficemente abbarbicato attorno agli stecconi di legno, o dei croccanti di mandorle e altre ghiottonerie. Quasi nascosti dalla folla c’erano i grossi tini di legno con i lupini, sempre venduti da vecchi contadini grassi con un cappellaccio di feltro sulle ventitré. Se ne stavano seduti a gambe larghe dietro la loro mercanzia, pronti a versarla con un misurino di canna di bambù in coni arrotolati della stessa carta gialla che allora si usava per avvolgere la pasta essiccata. Passati i carri un paio di volte, ci incontrammo coi miei. Papà propose di andare al circolo Sirena per prendere parte a una festa. Una volta lì insistette a che partecipassi alla gara organizzata per vivacizzare l’ambiente. Io non ne avevo alcuna voglia e cercai di dire la mia, ma con papà c’era poco da discutere e dopo qualche minuto mi ritrovai iscritto. Ero proprio seccato. Non volevo mettermi in mostra, in più con quelle scarpe da clown non potevo certo correre con destrezza. La gara infatti scimmiottava quella della popolare trasmissione televisiva Il Musichiere. Al centro del salone era stato creato un corridoio, lungo il quale si doveva correre fino a raggiungere la campanella posta all’altra estremità, indicando il titolo del motivo appena ascoltato. In batterie di quattro ragazzini che frequentavano lo stesso anno di scuola si andava a eliminazione. Ovviamente premi per tutti, consistenti in cappellini, trombette e uno stemmino che avrebbe contraddistinto le categorie di arrivo. Al via mi sentii osservato. Questa proprio non avrebbe dovuto farmela, mio padre. Gli avevo espresso con chiarezza il mio dissenso, ma lui, come al solito, era stato testardo come un mulo. Volevo fargliela pagare, ma come? Gli altri tre erano più grandi di me, visto che io ero andato a scuola con quasi un anno di anticipo, e in più avevano scarpe normali. Uno addirittura calzava scarpe da tennis, con dei calzettoni a righe orizzontali bianche e rosse a completamento del suo costume da pirata. Improvvisamente mi venne un’idea. A metà percorso avrei finto di inciampare per due o tre volte con quelle scarpe impossibili. La simulazione fu così convinta che mi feci davvero male a un ginocchio. Naturalmente arrivai ultimo e tutto finì col muso lungo di papà. L'umiliazione di vedermi appiccicare il cartellino da lumaca all’ultima asola della giacca non sminuì l’interiore soddisfazione di avere contraddetto papà. A pugni chiusi e con la faccia triste, ma mascherata, andai a farmi scattare la fotografia di rito, col cappellino a pois e la trombetta di carta che mi erano stati consegnati. |
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