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Eugenio De Medio |
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Cap 3 - L'ASILO A VASTO |
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il testo completo in
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Il mare e il cielo sembravano un unico drappo sfumato appeso a uno dei fili per il bucato tesi tra i muri della stradina che, nel centro di Vasto, scendeva all’abitazione della zia Julia, al pianterreno di una vecchia casa d’angolo. La zia l’aveva appena presa in affitto perché era stata da poco nominata economa dell’asilo nido locale, distante una settantina di chilometri dalla nostra abituale residenza. La casa era ancora piuttosto spoglia, ammobiliata del solo essenziale. Due ampie stanze dalle volte a crociera, un cucinino minuscolo aperto sulla sala e un gabinetto collegato alla camera. Gli ambienti erano sempre un po’ bui anche di giorno per la poca luce che arrivava dalle finestre aperte sulle ruelle serrate del borgo. Perlustrando la casa, inciampai nel gradino inaspettato tra la sala e la camera da letto e mi sbucciai un ginocchio. Zia Julia si precipitò a consolare il suo Nenio che strepitava a più non posso, più per lo spavento che per l’effettivo dolore, come ogni bambino di poco più di tre anni. In braccio alla zia stavo proprio bene, ero il suo coccolo. I suoi occhi verdi screziati d’oro erano il mio rifugio e riuscivano a calmarmi all’istante. La "signorina Julia", come veniva chiamata, era conosciuta da tutti e di tutti si ricordava. A dire la verità non era davvero una mia zia, ma comunque una figura molto importante per la mia piccola vita d’allora. Aveva labbra rosso fuoco e capelli lunghi sempre tinti d’henné, tirati e raccolti in uno chignon basso sulla nuca, tenuto fermo da forcine di tartaruga. Non appariva però per niente volgare. Mitigava i suoi colori accesi con abiti dalle tinte smorzate, che la facevano apparire elegantissima nonostante i suoi ottanta chili. Per me, poi, era una sorta di personaggio delle fiabe per la sua storia insolita. Era venuta al mondo come "frutto della colpa", come allora si diceva, cioè di una relazione tra un conte di origine spagnola già sposato e una marchesina napoletana, traendone un nome insolito e un altisonante doppio cognome. I suoi genitori avevano trascorso per alcune stagioni le vacanze a Francavilla, com’era d’uso per certa nobiltà centro-meridionale durante i primi decenni del Novecento, attratta dalla presenza del Cenacolo Michettiano. Un mio prozio e la moglie, amici dei due fedifraghi, avevano preso con loro la bambina e l’avevano allevata come una figlia. Zia Julia, di conseguenza, era sempre stata considerata parte integrante della famiglia, pur non essendo mai stata adottata ufficialmente. Da grande aveva perduto l’amore della sua vita alla vigilia delle nozze proprio perché era venuta fuori la storia delle sue origini, e allora aveva preso anche lei una ragazza con sé, Etta, che noi consideravamo a tutti gli effetti una cugina. Ci eravamo alzati di buon’ora per coprire la non breve distanza al passo lento della zia, perfetto per me, che ero ancora un soldo di cacio. Scavalcai i gradini d’ingresso sollevato a mezz’aria per un braccio dalla zia, per l’altro da Etta. Entrambe quella mattina avrebbero preso servizio all’asilo. Per qualche tempo avrei trascorso lì la maggior parte delle mie giornate. Si trattò, in effetti, di poco più di tre mesi, ma a me parvero anni. Ricordo perfettamente ogni angolo di quell’edificio costruito durante il Ventennio: un’enorme sala d’entrata con una giostra e uno scivolo. Dirimpetto all’ingresso una porta vetrata che, scesi alcuni gradini, immetteva nel giardino. Ai lati due luminose finestre e una serie di porte d’accesso ai vari ambienti. Vuoto com’era, l’asilo mi sembrò enorme. Ispezionammo le stanze con il "Commissario presidente" che ci aveva accolti davanti all’ingresso e al quale avevo stretto la mano, dopo essergli stato presentato orgogliosamente dalla zia come il suo nipotino Nazareno Davalos, per gli amici Nenio. La cosa che mi colpì maggiormente fu il tenue smalto verde acqua che rivestiva quasi tutto: le porte, l’alto zoccolo delle pareti, i mobili. La cucina era addirittura magica, con la sua smisurata cappa in muratura e il lungo tavolo con il piano di marmo e le gambe tornite. C’era, poi, qualcosa che non avevo mai visto prima: uno sportellino che si apriva su un saliscendi, usato per facilitare il servizio dalla cucina al refettorio del piano superiore e di cui il presidente mi spiegò il funzionamento. Infilai la testa dentro il buco e guardai le corde e le carrucole. Ne rimasi così affascinato che il mio sogno fu subito quello di poterci salire io stesso. Quel desiderio fu esaudito dopo pochi giorni grazie alla complicità di Etta e di altre sue colleghe inservienti. Ricordo che mi chiamavano dall’alto per accogliermi premurose al termine dell’ascensione. L’iniziale timore di stare accovacciato su quel piano con la testa rivolta verso lo sportello superiore svanì quasi subito e si trasformò in una piacevole sensazione d’avventura. Era uno straordinario gioco, come tanti altri che Lina, Etta e le altre organizzavano soprattutto per me quando, andati via gli altri bambini, dovevo fermarmi ad aspettare che la zia terminasse il lavoro d’ufficio. In quei momenti potevo gironzolare in piena libertà per tutto l’asilo, sostare nel guardaroba a chiacchierare con Lina mentre stirava o stendeva, aiutarla a preparare i mazzetti di lavanda tenendo fermo il nodo col ditino affinché lei potesse fare meglio il fiocco che li serrava, passeggiare con Etta in giardino, ascoltare le storie che il dottore mi raccontava prendendomi sulle ginocchia, il paio di volte la settimana in cui veniva. Ma anche durante la giornata mi era permesso di aiutare il personale per quel poco che potevo: a battere le uova, a servire gli altri bambini ai tavolini, a prelevare le posate in arrivo dal buco magico per disporle sui tavoli. Più importante che mai mi sentivo quando venivo ammesso alle riunioni che si svolgevano in cucina. Il presidente sedeva a capotavola con le spalle rivolte alla cappa. Al lato opposto si sistemava la zia con i suoi registri. Sembrava quasi che in quelle riunioni si dovessero discutere veri e propri affari di stato, ma, sbrigate le formalità di apertura, prima da parte del presidente, poi della zia, tutto procedeva in maniera estremamente amichevole. Mi piaceva stare a sentire i discorsi dei grandi anche se il più delle volte mi distraevo, assorbito da qualche trastullo che mi era stato messo in mano o da qualche dettaglio: il viso di qualcuno degli astanti, la ciocca ribelle sgusciata fuori dalla cuffia bianca e inamidata di un’inserviente, il volo di qualche uccellino, la forma delle nuvole o lo stormire del vento tra le fronde che vedevo oltre le finestre. Cercavo di averle sempre di fronte, sistemandomi in braccio a Etta o a Lina, l’altra mia preferita. Ben presto tendine, copriletti, quadri, una radio perennemente accesa e poche altre semplici cose diedero colore e allegria alle due stanze del borgo prese in affitto dalla zia Julia, anche se venivano utilizzate quasi soltanto per dormire. Tutto sembrava perfettamente bello a Vasto: i cigni che amavo osservare e nutrire nel laghetto dei giardini vicini all’asilo, gli antichi palazzi con i portali e gli stemmi scolpiti nella pietra, le passeggiate al belvedere dove la zia, tenendomi ben stretto, mi faceva camminare sul parapetto in muratura, permettendomi di spaziare sulle campagne e sul golfo sottostante, in fondo al quale, nei giorni più limpidi, si intravedevano persino le isole Tremiti. L’amore della zia Julia e di Etta, le premure delle inservienti e del dottore erano una vera consolazione, tuttavia non ero felice. Mi chiedevo perché mai fossi stato mandato all’asilo così lontano dalla mia famiglia e non sapevo rispondermi. Mi chiedevo perché nel tardo pomeriggio una certa mamma dal viso sorridente, i capelli neri tirati indietro con la riga nel mezzo, che si chinava a prendere in braccio l’ultima bambina rimasta al nido, non fosse la mia e non sapevo rispondermi. Né sapeva o voleva farlo la zia che, alle mie domande, alzava appena le spalle e mi stringeva forte. Ancora oggi, a distanza di tanti anni, mi rivedo in un angolino di quell’ingresso verde acqua, per me grande quanto il mondo intero, con le lacrime agli occhi e un senso di solitudine dentro, a guardare quella mamma che non era la mia. |
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