|
|
|
Eugenio De Medio |
romanzo |
|||
|
|
|
Cap 8 - LA NUVOLA |
||||
|
il testo completo in
|
|
In genere papà ci obbligava ad andare tutti insieme alla Messa delle otto e mezzo perché, a suo dire, aveva più valore, essendo officiata dal parroco. Sapevamo benissimo che così non era, ma non c’era verso di poterne discutere. In chiesa non ci era consentito sederci dove ci pareva, ma dovevamo occupare per intero tutti insieme il terzo banco di sinistra. Poiché in chiesa eravamo costretti ad andare digiuni, compreso io che la Prima Comunione non l’avevo ancora fatta, dopo la Messa provvedevamo a fare colazione al bar di Tarcisio. Seguiva l’ora di catechismo e infine a casa. Solo in casi eccezionali era ammessa qualche deroga, come quel giorno. Mia sorella Arianna la sera prima era tornata tardi dalla colonia estiva e il compito di accompagnarla alla funzione delle undici era stato affidato a me, in modo che non si trovasse da sola per strada. Di ritorno dalla Messa procedevamo affiancati, contromano, sullo stretto marciapiede. L’abito di Arianna frusciava come a voler rispondere alle foglie dei platani. Stavo alla sua destra verso la carreggiata, come conveniva al bravo ometto che ero. Avevo bene in mente le ragioni storiche illustratemi dalla mamma per aiutarmi a ricordare quale fosse il mio posto, nel caso avessi dovuto accompagnare una signora. Avevamo ormai abbandonato il centro del paese e superato le prime case di periferia, quelle costruite dopo la seconda guerra mondiale per accogliere quanti, tra gli sfollati, avevano ritrovato solo oleandri fioriti tra le macerie, ai margini della ferrovia e dell’Adriatica. Il passo doveva essere svelto, perché era tardi per il pranzo. Facevo un po’ fatica a stare dietro ad Arianna e di tanto in tanto trotterellavo più in fretta per riprendere il ritmo. Consideravo un gran risultato riuscire a muovere le gambe all’unisono con le sue. Ero fiero di lei, era il mio mito. Arianna era bella come solo immaginavo potessero essere le fate irlandesi. Aveva capelli ondulati dai riflessi rossicci, raccolti in una treccia fermata da un nastro, una manciata di efelidi sul viso tondeggiante, aperto al mondo e indorato dal sole delle vacanze, che esaltava la freschezza dei suoi quattordici anni. Io ne avevo appena cinque ed ero felice del mio ruolo di paladino, pronto a sguainare la spada contro eventuali briganti. "Dai, Pallottina, che è tardi. Oggi ci sono gli zii!". "Lo so, lo so… ma non correre! Fa caldo con questa roba addosso". La mia divisa d’ordinanza per le domeniche estive era costituita da camicia bianca, pantaloni blu o grigi all’inglese, calzettoni bianchi e sandali in pelle blu con i due occhietti cinesi. Arianna, invece, essendo una ragazza, poteva permettersi una maggiore varietà. Quel giorno indossava l’abito di chintz a fiori pastello cucitole dalla stessa sarta della mamma. Il bustino era stretto e abbottonato, le maniche corte a palloncino, il colletto di pizzo bianco confezionato dalla zia Clotilde e la gonna arricciata. Le sue calze, beata lei, erano cortissime e le ballerine, come la cintura bassissima che le abbracciava il vitino, di vernice. "Ma che fai? Ti fermi?". "Guarda!". Il mio naso era puntato verso una nuvola bianchissima che le correnti modellavano a loro piacimento, ma in modo così rapido che mi era quasi impossibile seguire il continuo modificarsi dei contorni. Pareva quasi che quella materia fatua e leggera volesse sottrarsi alla loro presa e rifiutasse di lasciarsi domare. "Dai che è tardi! È soltanto una nuvola!". "Ma non c’era e adesso… guarda! Vedi?". Il vento si era finalmente deciso a disegnare con maestria, nel cielo limpidissimo, una bianca penna d’oca, grande, perfetta, con la punta rivolta verso il basso, la rachide ben definita e le barbe lievemente ondeggianti. Inclinata com’era, pareva quasi pronta a scrivere chissà quale lapidaria frase sulla candida pagina della mia vita. "Ma come fai a non vedere?", protestai fermo sui miei passi, deluso che quella magia non fosse condivisa. Benché Arianna si fosse fermata ad aspettarmi, quando la penna svanì dovetti correre per tornarle al fianco. Mi chiedevo come mai mia sorella non avesse visto quello che per me era stato così evidente, lassù, davanti ai nostri occhi. Forse si era trattato di un segno divino indirizzato solo a me, come quello apparso a San Paolo di cui ci avevano parlato alla dottrina la settimana prima? In fondo non sognavo di diventare papa?... Ma forse no, forse sarei dovuto diventare soltanto uno scrittore. Ecco, sì, uno scrittore! E non certo prima di avere raggiunto la stessa età del mio papà, che era corrispondente dell’Ansa, in modo da avere il tempo di accumulare sufficienti argomenti di cui scrivere. Archiviai la faccenda tutto felice per quello che avevo interpretato come un inequivocabile messaggio rivolto espressamente a me e da tenere segreto. |
||||
|
|
|
© Web design by E.D.M. - riproduzione vietata |
||||